La Poetica del Teatro Patologico

Forse è per quello specchio che tutti portiamo al collo

Dario D’Ambrosi

Il Teatro Patologico esplora nella disabilità fisica, nella malattia, nella follia la possibilità di scoprire l’essenza, sacra e spaventosa allo stesso tempo, della natura umana. Constatare che c’è una linea fisiologica sottilissima fra malattia e salute mentale, che l’umanità dentro di noi è affidata a regole fragili e che la nostra mente risponde a codici genetico-culturali del tutto sovvertibili, crea una frattura nella nostra percezione, squarcia la nostra coscienza. In quella vertigine, in quello stupore che è spazio conoscitivo assoluto e privilegiato, si colloca e vive l’arte di Dario D’Ambrosi.

D’Ambrosi è un’artista scomodo per i temi che tratta e per il suo difficile rapporto con le convenzioni teatrali ed accademiche. Allo stesso tempo racconta la scomodità di chi non si sente adeguato, di chi non sa stare al suo posto, di chi non sa proprio qual è il suo posto: i cosiddetti “matti”.

Quello di D’Ambrosi è un teatro scomodo che mette in difficoltà, perché provoca fino al fastidio, perché può far sentire in colpa. Ci guarda negli occhi e comunica verità scomode senza giri di parole, senza dizione. Ed è poi un teatro faticoso perché va fuori dagli schemi, è fuori luogo (non a caso i suoi spettacoli sono stati messi in scena spesso in luoghi non prettamente teatrali: macellerie, vetrine, strade), un teatro di avanposto più che di avanguardia, un teatro combattivo e arrembante che proprio nella faticosa ricerca di affermazione ha dato il meglio di sé.

D’Ambrosi coinvolge completamente lo spettatore nella parte viva, tenera e perversa dei suoi personaggi tragicomici e poetici. Come se una mano invisibile afferrasse il pubblico per lo stomaco e lo costringesse a rimanere lì, ad affrontare il fatto che la pazzia non è un oscuro oggetto di analisi, ma qualcosa di molto più familiare che appartiene, in potenza, a tutti.

L’intento dichiarato di D’Ambrosi è quello di voler sconvolgere gli spettatori. Egli li mette di fronte ad inquietanti temi che di solito vengono taciuti, li attacca e li aggredisce cercando la loro reazione. Il teatro di D’Ambrosi parla direttamente all’inconscio ed è imperniato su preoccupazioni incalzanti e di massa, è mezzo per esprimere mondi diversi, universi sconosciuti o a volte solo taciuti, come è il caso della follia. Lo strumento espressivo privilegiato di questa comunicazione è lo psicodramma, la messa in scena cioè, del mondo interiore più profondo dei disabili fisici e psichici in una espressione: il Teatro Patologico.

La comunità scientifico-psichiatrica nazionale, e americana in particolare, ha più volte sottolineato l’importanza e l’efficacia che la rappresentazione scenica ha sulla persona, riconoscendo a Dario D’Ambrosi un’assoluta preminenza in questo campo. Attraverso un contesto insolito, protetto e rassicurante, si può avviare un dialogo costruttivo con se stessi. Nello psicodramma la persona concretizza sulla scena le sue rappresentazioni mentali favorendo così lo stabilirsi di un intreccio più armonico tra le esigenze intrapsichiatriche e le richieste della realtà e arrivando alla riscoperta ed alla valorizzazione della propria spontaneità e creatività.

Nello psicodramma gli individui diventano attori, si offre loro l’occasione di liberare le loro fantasie, di rivivere situazioni il più possibile simili a quelli che essi vivono interiormente. Il soggetto sulla scena non racconta solo se stesso, ma deve interagire con gli altri e con l’ambiente circostante. Questo impone anche allo spettatore la partecipazione del sé più profondo all’azione scenica e sviluppa un processo di autocoscienza e autoconoscenza. Lo spettacolo non ha il compito di produrre significati, ma di mettere in atto azioni e creare eventi unici, fondendo musica, testo, arte visiva, in un’unica esibizione.

L’idea del teatro come evento rituale, il ridimensionamento del testo rispetto ad altri fattori come il gesto, il suono, gli oggetti, l’importanza del coinvolgimento del pubblico ed il riferimento a problemi di interesse sociale fa di D’Ambrosi un esploratore, un viaggiatore solitario alla ricerca di un significato artistico personale che i teatri sperimentali di tutto il mondo (New York, Berlino, Rio De Janeiro) hanno consacrato.

Il Teatro Patologico è un territorio di incontro privilegiato tra gli sperimentalismi, in particolare americani, e il loro uso di corpo e spazio, senza però perdere di vista quello che è il fine primario: far conoscere cioè i numerosi aspetti della malattia mentale, fare del teatro un nuovo strumento sociale e della follia uno strumento teatrale, entrambi in grado di aiutare quella parte della società emarginata e dimenticata da persone e istituzioni.

L’uso peculiare del linguaggio caratterizza in particolare il percorso artistico di D’Ambrosi. Il linguaggio parlato perde la sua predominanza mentre sono i gesti, il corpo e le espressioni del volto a farsi comunicative. La parola non scompare del tutto, ma assume un valore pari a quello degli altri elementi: un suono, un grido, una frase o un gesto. Anche per questo il Teatro Patologico ha avuto fortuna all’estero, perché la lingua non è l’unica componente necessaria per capire cosa stia accadendo in scena.

Il palcoscenico diventa luogo di grande libertà creativa. È un teatro che vive di corpo, di voce e di colore. Un linguaggio che usa ogni aspetto comunicativo del teatro. Anche la scenografia quindi diventa un essenziale strumento di comunicazione e comprensione di quello che è il nucleo delle opere: l’angoscia esistenziale. Il Teatro Patologico diventa così, per il potere riservato esclusivamente alle arti, un atto di verità e allo stesso tempo di accusa alla presunta e ipocrita rispettabilità borghese, che non accetta il diverso e che nasconde i propri istinti corporei.

Tramite il vissuto del folle veniamo in contatto con il nostro corpo, troppe volte dimenticato: il malato, infatti, non si vergogna dei suoi bisogni fisici e della sua materialità, anzi ne è attratto, sente il legame con tutti quegli elementi che la società ha cercato di sopprimere, valutandoli come volgari. Il pazzo parla del sesso, inscena le sue fantasie, parla di defecazione e morte con spontaneità e senza remore.

Teatro Patologico

Teatro Patologico

Via Cassia 472, 00189 - Roma

L'Associazione del Teatro Patologico è stata fondata nel 1992 da Dario D’Ambrosi, che ne è l'ideatore e il direttore artistico.